| Desisti dalla Frustrazione!
di Bel
Cesar, traduzione di Isabela Bisconcini - belabi@terra.com.br
Quando ci diciamo: “Ho fatto quanto potevo
e non è andato bene” più di tre volte sullo
stesso soggetto è ora di desistere: andarsene, sconnettersi
dalla fonte della frustrazione.
Desistiamo da qualcuno o da una situazione quando facciamo la decisione
di non lasciarci più toccare da essa. Non basta non volerla
più. É necessario andare avanti, cioè, non
aver più bisogno né di sentire né di parlare
su qualcosa o qualcuno che ci porti a sentire innumerevoli volte
che le nostre attitudini sono inutili e perciò rifiutabili.
Desistere dalla frustrazione non è un’ attitudine di
non curanza in cui sembriamo disprezzare l’ oggetto, ma dentro
continuiamo ad accumulare ogni volta più risentimento. Abbandonare
la frustrazione è una scelta che avviene dalla maturità
di aver osservato e riflettuto su come ci coinvolgiamo continuamente
nelle situazioni che non vogliamo più vivere.
Se ascoltiamo i nostri risentimenti, essi rivelano le nostre false
speranze: siamo ancora in attesa della giustizia e del riconoscimento
di colui che ancora ci danneggia.
È come se avessimo la speranza segreta di poter fare la pace
con il nemico, di essere amati da lui. Intanto sappiamo che non
si può accontentare tutti.
Dobbiamo affrontare la realtà umana che non verremo amati
da tutti. In fin dei conti, amare è un riflesso del nostro
interiore: chi ama incondizionatamente ha già superato da
molto questa necessità (impellente) di essere amato “in
qualsiasi modo”.
Sperare in rinforzi positivi come elogi e ringraziamenti da quelli
che ci frustrano è una trappola che ci rende ogni volta più
prigionieri della frustrazione.
Lascia andar via la frustrazione: dà a te stesso una nuova
opportunità, una nuova vita. Finché carichiamo il
pesante carico emozionale delle nostre frustrazioni, avremo una
vita non soddisfacente.
Il segreto è mantenere il rapporto con il reale: stringi
i tuoi rapporti con quelli che realizzano quello che dicono e metti
da parte quelli che sperperano il tuo tempo.
È meglio che siamo più selettivi nei nostri rapporti:
cercare di stare con quelli che incontrano sempre una maniera di
tirarci su, perché gli fa piacere vederci su, poiché
vedono nella competizione una perdita di tempo e credono che privilegiare
l’altro sia il miglior risparmio per arricchire la nostra
partecipazione in questo mondo.
Oggigiorno sono abbastanza comuni i rapporti competitivi. Molto
spesso, abbiamo imparato da piccoli a cercare relazioni che ci sfidino:
il piacere del gioco veniva dalla sfida, dalla capacità di
disputare il miglior posto, o la miglior situazione. Come quando
giocavamo a nascondino: vinceva quello che non veniva trovato perché
riusciva a rimanere da solo, zitto, nel buio. Ossia, sapeva come
sopportare tutto da solo.
Chiaro che è necessario imparare a difenderci, ma dobbiamo
anche saper creare vincoli che siano basati nell’ essere compagni;
situazione in cui ognuno dona la sua energia all’altro perché
sa che vale la pena sommare forze. Ma nella nostra società
capitalistica, vediamo il mondo come una costante minaccia, perciò
tendiamo più a difenderci, che creare la complicità
che dia benefici al nostro mondo.
Pertanto dobbiamo cambiare obiettivo: smettere di competere ed imparare
a fare insieme.
Per cui dobbiamo accorgerci che abbiamo già sviluppato la
nostra forza: non ci servono più situazioni o persone che
ci sfidino per poterci ricordare quanto siamo capaci di sopportarne.
Lasceremo l’abitudine di crearci sfide per manifestare la
nostra forza interiore soltanto quando saremo in grado di usarla
con l’ intenzione chiara, cioè quando ci decideremo
a non coltivare più rapporti basati sulla dipendenza o sulla
paura.
In questo modo, dobbiamo capire la differenza fra le sfide che stimolano
il nostro sviluppo e quelle che ci rendono soltanto più difensivi,
carenti e deboli.
Desistiamo da una frustrazione quando finalmente concludiamo che
il nostro impegno nella vita significa essere capaci di eliminare
tutto ciò che genera la negatività. Così, se
ci offrono un piatto di riso, ma ci dicono che c’è
dentro un grano avvelenato, rifiutiamo tutto il piatto. Possiamo
addirittura rispondergli: No, grazie, di negatività sono
già sazio!
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