| Farsi coraggio per andare avanti
di Bel
Cesar, traduzione di Isabela Bisconcini - belabi@terra.com.br
Ogni volta che diventiamo più trasparenti
alla nostra propria luce,
restauriamo la luce del mondo.
Rachel Naomi Remen
Il maestro buddista Chogyam Trungpa diceva che lo
scopo della vita consiste semplicemente nell’andare avanti
e fare della vita una sorta di “risveglio” invece di
rimanere “addormentati”. La capacità di continuare
ci aiuta a percepire che nessun problema è senza uscita.
Andare avanti significa non lasciarsi prendere dall’inerzia,
dalla paura o dall’irritazione.
Il miglior modo di liberarsi dal passato è fare la pace con
noi stessi al momento presente. Fare la pace con qualsiasi ricordo
o sentimento che possa sorgere. In modo che, piano piano, non saremo
più “catturati” da questi ricordi.
Facciamo in modo che le antiche immagini di noi stessi vadano via.
Continuiamo, semplicemente, a muoverci in avanti. Niente più
ci fa fermare. Sappiamo come continuare positivamente, visto che
siamo connessi con la nostra fiducia di base, con la nostra bontà
fondamentale.
Il coraggio è l’abilità di muovesi verso il
futuro, senza guardare indietro: staccarsi dal passato. Mi ricordo
di un fatto accaduto a Lama Segyu Rimpoche. Lui mi ha raccontato
che dopo anni che era andato a vivere negli Stati Uniti, ha trovato
a casa della mamma una scatola ancora chiusa, che era rimasta nel
trasloco. Non ha avuto dubbi: ha bruciato la scatola senza aprirla.
“Così, non avrebbe svegliato la mente dell’attaccamento”,
mi ha detto lui. Dopo aver trascorso tanti anni senza avere il bisogno
delle cose che c’erano dentro la scatola, non c’era
la necessità di aprirla per sapere che il suo contenuto era
un “carico extra”. Questo fatto tante volte mi frena
a non rovistare nelle storie passate che hanno già esaurito
il loro contenuto. Ci sono dei momenti in cui bisogna saper contenere
la propria curiosità e bruciare le nostre “scatole”,
prima che non siamo più in grado di controllare l’impulso
di aprirle.
Ci sono, però, dei momenti in cui andare in soffitta a rovistare
nelle “scatole” del passato può essere molto
terapeutico. Da quando ho cominciato a scrivere questo libro, ho
ripreso l’abitudine di rileggere i miei quaderni d’appunti.
Ho sempre avuto l’abitudine di scrivere i miei sogni, sessioni
di terapia e frasi principali che ho sentito dai Lama. Adesso, quando
leggo delle cose scritte più di dieci fa, percepisco come
sono ancora attaccata a certi modelli e come sono riuscita a liberarmi
di altri. Qualche sogno era premonitore. Certi insegnamenti, oggi,
hanno più impatto su di me, di allora, quando li ho scritti.
Come dice John Welwood: “Visto che l’auto-immagine ha
come supporto delle vecchie storie - credenze che noi stessi ci
raccontiamo su 'come è la realtà - fare luce su di
esse è un passo essenziale per abbandonare la soggezione
ad un’identità”.
Ci vediamo nelle terre pure
Da quando mio figlio, Lama Michel Rinpoche, a 12
anni è diventato monaco ed é andato a vivere al monastero
di Sera Me, nel sud dell’India, ho dovuto imparare a dire
addio, cioè, a non guardare indietro. Per qualche anno di
seguito, ci ritrovavamo soltanto una volta all’anno per due
settimane. Avevamo il seguente accordo: all’aeroporto, dopo
l’ultimo abbraccio, ognuno doveva andare avanti, senza guardare
indietro.
Una volta sono arrivata a programmarmi internamente per vivere queste
due settimane di forma “molto consapevole”. Eravamo
a Kathmandu, in Nepal. Nella prima settimana ero abbastanza sciolta,
senza pensare alla partenza. Poi, nella seconda, mi sono allenata
ogni giorno per imparare a separarmi fisicamente da coloro che amo,
ispirata nella realtà di dover sapere dire addio alle persone
care, quando anche io dovrò morire!
Allora, ogni giorno sceglievo di staccarmi da mio figlio per stare
con me stessa in modo diverso: “mi sono portata a pranzo”,
“mi sono portata a visitare un tempio” e così
via. Lui non sapeva che, dentro di me, seguivo una programmazione
interna, quando gli dicevo: “Oggi non pranzo con te, ci vediamo
dopo”. Ho sentito da allora interiorizzata la motivazione
di trattare le separazioni in modo consapevole. Spero che nell’ora
della morte io abbia già la mente programmata per pensare:
“Oggi non saremo assieme, ci vedremo dopo nelle Terre Pure.
Quando la separazione di una persona cara è inevitabile,
c’è il rischio di abbandonarci e andarsene con lei”.
Il risultato sarà che ci sentiremo vuoti e melanconici, perché
non abbiamo noi stessi per tenerci compagnia. Dobbiamo imparare
a tenere il fuoco della nostra casa interiore acceso, per trovare
l’accoglienza del calore interno quando rientriamo a “casa
nostra”, contando soltanto su di noi. Così come dovremo
sapere “ tornare a casa” al momento della morte.
Secondo il buddismo, quando la mente viene purificata dalle impronte
mentali negative, possiamo rinascere nelle Terre Pure dei Budda,
dove avremo un corpo e mente puri, vivendo continuamente la pace
interiore, e così potremo concludere la nostra evoluzione
spirituale per ritornare alla sfera impura del Samsara in condizioni
di essere d’aiuto a tutti gli esseri, e così portarli
all’ Illuminazione.
Le Terre Pure non esistono di per sé, come un posto “nel
cielo”. E’ il risultato dello stato mentale estremamente
sottile e puro. Lama Gangchen Rinpoche, nel suo libro NgelSo Autoguarigione
Tantrica III, descrive le Terre Pure, quando finalmente avremo raggiunto
l’illuminazione, come il completo rilassamento e rigenerazione
NgalSo della nostra energia di vita essenziale:
“Quando la mente di luna piena illuminata sorge,
capiamo che le Terre Pure sono state sempre nel nostro cuore,
però il velo dell’attaccamento a se stessi e l’ignoranza,
le visioni comuni e i pensieri comuni,
semplicemente ci impediscono di vederle,
oppure fanno si che le cerchiamo nel posto sbagliato!”
Ho imparato a superare il dolore della nostalgia di mio figlio,
quando ho riconosciuto che l’amore che ci nutre emana della
fiducia nel nostro legame tra madre e figlio, e così non
dipende dal fatto di poterci incontrare o meno. Come ha detto Sogyal
Rinpoche una volta nei suoi insegnamenti: “Quando sentiamo
che abbiamo ricevuto tutto quello che ci piacerebbe ricevere da
una persona, lasciamola andare”. Ossia, la soddisfazione è
l’antidoto naturale dell’attaccamento.
Coraggio per andare avanti e realizzare
la nostra vocazione
Quando si scopre la propria vocazione, sorge in
noi, simultaneamente, un profondo sentimento di coraggio. Ci sentiamo
molto vicini a noi stessi quando capiamo la verità interna
che non può essere più negata. Di conseguenza, c’è
l’impegno all’idea di abbandonare tutto quello che ci
impediva d’andare in direzione al nostro destino.
“Andare incontro al proprio destino è realizzare pienamente
il potenziale che è stato sempre dentro di noi. È
come udire un appello e rispondergli, far sbocciare tutte le nostre
potenzialità e seguire una vocazione. E stranamente il mondo
ci contraccambia quando facciamo ciò. Un buon modo di sapere
se uno è sulla giusta via e che stiamo facendo quello per
cui siamo nati, è che il mondo ci apre le porte”.
Joseph Campbell ci dà un ottimo consiglio
di come scoprire la nostra vocazione nel suo libro “Riflessioni
sull’Arte di Vivere”: “Quando Jung decise di tentare
di scoprire il mito secondo il quale viveva, si domandò,
“Qual'era il gioco che mi piaceva di più da bambino”?
La risposta fu: costruire piccole città e strade di pietra.
Così comprò una proprietà e, per gioco, cominciò
a costruire una casa. Era un lavoro duro, assolutamente non necessario,
poiché Jung aveva già una casa, ma era un modo appropriato
di costruirsi uno spazio sacro. Era un puro e semplice gioco. Che
cosa, quando eravate bambini, creava una dimensione d'eternità,
cancellava la nozione del tempo? Là si cela il mito secondo
il quale devi vivere”.
Noi tutti abbiamo bisogno di conoscere la nostra
vocazione: quello che abbiamo di particolare da offrire al mondo.
Non seguire la nostra vocazione rappresenta un problema sia per
noi che per gli altri, perché quando ci arrendiamo all’inerzia
della vita, diventiamo anche di peso per coloro che sono intorno
a noi.
Jean Yves Leloup nel suo libro “Strade per
la Realizzazione”, fa l’analisi della storia di Giona
e la Balena, raccontata nell’Antico Testamento della Bibbia:
ci può insegnare sulle paure e le resistenze con cui affrontiamo
la ricerca per la nostra vocazione.
Dio ordina a Giona d’andare nella violenta
città di Ninive a predicare la Sua Parola. Giona, però,
gli disobbedisce e prende una barca per Tarsia, città di
balneazione. Si scatena una forte tempesta. I marinai buttano tutto
il carico della barca in mare per evitare che vada a picco. Ma il
mare continua incredibilmente agitato ed il pericolo del naufragio
è imminente. Il capitano decide allora di cercare Giona,
che era sceso nella stiva. Quando lo vede sdraiato, dormendo un
sonno profondo, gli dice: “Come puoi dormire così profondamente?
Come puoi dormire in mezzo a questa disperazione che ci fa soccombere?
Alzati, svegliati, invoca il tuo Dio. Forse questo tuo Dio può
ascoltarci, forse con questo tuo Dio, non periremo”. Nel frattempo,
mentre giocavano a dadi, i marinai preoccupati hanno identificato
Giona come il responsabile della perturbazione. Lui finalmente confessa
di avere disubbidito a Dio, e chiede di essere buttato in mare.
In quel momento la tempesta cessa. Quando viene buttato in mare,
Giona viene inghiottito da una balena, dentro la quale rimane per
tre giorni fino a quando si pente e chiede a Dio di dargli una seconda
opportunità e allora viene rigettato dalla balena e finalmente
prosegue per Ninive.
“Quindi, in un primo momento, Giona è
l’archetipo dell’uomo sdraiato, addormentato, dell’uomo
che non vuole alzarsi e compiere nessuna missione. É l’archetipo
dell’uomo che fugge, che fugge dalla sua identità,
che fugge dalla sua parola interiore, che fugge da questa presenza
del Sé all’interno dell'io. Questa fuga dalla sua voce
interiore andrà a provocare un certo numero di problemi all’esterno
di lui”. Coloro che rifiutano di conoscersi interiormente
e non seguono i loro desideri più profondi, portano dei problemi
agli altri!
In un secondo momento, quando Giona - dentro alla
balena – decide di ritornare al suo sentiero, non teme più
niente. Come scrive Jean Yves Leloup: “ci sono dei momenti
in cui non possiamo più raccontarci delle bugie, raccontarci
delle storie. Noi siamo costretti ad essere autentici, non possiamo
più scappare. L’archetipo di Giona è anche un
invito a tuffarci nelle profondità del nostro inconscio,
per passare attraverso le ombre, per tuffarci nella nostra esperienza
della morte, ed accettare che il nostro essere è mortale,
per scoprire, in noi, quello che non muore”.
Nyang-de: andare oltre al risentimento
Se decidiamo di diventare qualcuno che si dedica
con tutto il cuore ad utilizzare la vita per la sua rinascita, il
suo ‘risveglio’, dobbiamo superare le difficoltà
e lo sconforto dei mutamenti.
Quando siamo coscienti che abbiamo delle resistenze
per accettare un cambiamento imminente, è utile domandarci:
“Cosa dovrà morire adesso dentro di me, per nascere
in questa nuova fase con forza e fiducia?” La risposta è
sicura: I nostri risentimenti.
Tenersi dei risentimenti ci fa sentire stanchi e
senza voglia di iniziare nuovi progetti, i risentimenti rivelano
quanto siamo paralizzati dalle limitazioni. Interne ed esterne.
Rimanere legati ai risentimenti consuma la nostra energia vitale.
Il Dalai Lama ha spiegato che il termine tibetano
per nirvana è nyang-de, che si traduce letteralmente “oltre
il risentimento”. In questo contesto, risentimento fa riferimento
alle afflizioni mentali; in modo che il nirvana realmente designa
lo stato d’essere libero dalle emozioni e dai pensieri angoscianti.
Il nirvana è l’immunità alla sofferenza e alle
cause della sofferenza. Quando percepiamo il nirvana in questi termini,
cominciamo a renderci conto del significato veritiero della felicità
genuina. Possiamo allora visualizzare la possibilità di liberarci
totalmente dalla sofferenza.
Ogni volta che saremo capaci di interiorizzare e
ascoltare la nostra paura saremo in grado di maturare il nostro
potenziale di coraggio. Quando riconosci la paura, ripeti a te stesso:
“Io ti conosco, so dove mi porti, non ho più voglia
di seguirti”. Concentrati, allora, nell’intenzione di
esprimere la tua vocazione. E finalmente ricordati: non tutto quello
con cui ci affliggiamo ci succede. Novanta per cento delle nostre
paure sono soltanto delle abitudini, idee preconcetti. Muoviti verso
il futuro, fidati di lui!
Meditazione per guarire dai risentimenti.
In silenzio, riconduci tutte le energie del corpo
e della mente nella tua casa interiore.
Riposa nel tuo spazio interiore il tempo necessario. In seguito,
con tutto il tuo cuore, invoca nello spazio di fronte a te l'Essere
Sacro sul quale sai che puoi contare, oppure una luce potente del
colore che tu, in questo momento sai che ti porterà la guarigione
di cui hai bisogno.
Considera che questo Essere o questo colore non sono
soltanto il risultato della tua immaginazione, ma la vera espressione
della tua connessione con la fonte guaritrice.
Riconosci con sincerità i tuoi risentimenti
e apriti per ricevere la guarigione: visualizza raggi di luce uscenti
dall’Essere Sacro o da questa fonte di luce, i quali poi penetrano
nell’estremità del tuo capo. Velocemente riempiono
il tuo corpo di luce, purificando all’istante i tuoi risentimenti.
Osserva quindi il tuo corpo completamente pieno di luce.
Pian piano, il tuo corpo di luce diminuisce fino
a trasformarsi in un punto luminescente che si scioglie nell’intensità
della luce dell’Essere Sacro di fronte a te.
Porta questa luce sacra al centro del tuo cuore.
Senti la tua coscienza un’altra volta centrata dentro al tuo
corpo. Prendi la determinazione di coltivare questo stato mentale,
semplice e naturale, anche dopo che hai aperto gli occhi.
Per finire, ringrazia la fonte guaritrice, la purificazione
ricevuta e condividi quest’energia guaritrice con coloro che
ne hanno bisogno.
Estratto dal libro “O livro das Emoções”
Editora Gaia – SP; Brasile - Bel Cesar
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