| Il significato del mantra di Buddha
Shakyamuni
Questo insegnamento
è stato tratto dall'incontro di meditazione tenuto da Lama
Michel Rinpoche il 19 aprile 2006.
OM MUNI MUNI MAHA MUNI SHAKYAMUNYE SOHA
Il mantra di Buddha Shakyamuni è stato il
primo mantra che Lama Gangchen ha insegnato in Occidente. È
un mantra molto importante.
La maggior parte dei mantra inizia con la sillaba OM. La sillaba
OM è composta da tre parti: dalla lettera MA, in tibetano
rappresentata da un piccolo cerchio, dalla lettera O e dalla lettera
A. Queste tre parti della sillaba OM rappresentano il corpo, la
parola e la mente.
In questo modo quando si inizia un mantra con la sillaba OM, si
richiede la benedizione di corpo, parola e mente. Questo è
uno dei significati della OM.
Posta all’inizio di un mantra, la sillaba OM rappresenta quindi
il corpo, la parola e la mente. Questi tre elementi fanno parte
della nostra vita, li abbiamo avuti in passato, li abbiamo ora e
li avremo in futuro. Per raggiungere l’Illuminazione dobbiamo
lavorare su tutti e tre, non è possibile impegnarci solo
su alcuni. L’Illuminazione comporta la trasformazione del
nostro corpo, della nostra parola e della nostra mente. Pronunciano
la sillaba OM all’inizio dei mantra chiediamo quindi le benedizioni
affinché il nostro corpo, parola e mente possano purificarsi
e tornare alla loro vera natura, una natura pura.
Dopo la sillaba OM, il mantra di Buddha Shakyamuni continua con
MUNI MUNI MAHA MUNI SHAKYAMUNYE SOHA. La parola “muni”
significa capacità, “maha” significa
grande e “shakya” suprema. Quindi il significato
letterale del mantra è “Om, Capacità, Capacità,
grande Capacità, suprema Capacità, Soha”. Il
termine sanscrito “Soha” è di difficile
traduzione, in tibetano viene tradotto in 5 o 6 differenti forme,
dal significato diverso e complesso. In modo semplice può
essere tradotto con la forma “e così sia”.
A cosa si riferiscono le varie ripetizioni della parola “Capacità”
nel mantra di Buddha Shakyamuni? Nel buddismo viene data una grande
importanza al credere nelle nostre proprie capacità: se non
crediamo nel nostro potenziale, nelle nostre capacità, non
riusciremo mai a raggiungere un traguardo importante. Questo mantra
ci mostra quindi qual è la nostra vera capacità, il
potenziale che è dentro di noi.
Il primo “MUNI” fa riferimento alla Rinuncia, il secondo
“MUNI” alla Bodhicitta, il terzo “MUNI”
alla corretta visione della Realtà e il quarto ed ultimo
“MUNI” alla via del Tantra.
Lo scopo del mantra di Buddha Shakyamuni non è una presentazione
filosofica delle quattro capacità, ma, al contrario, una
loro spiegazione che ci permette di conoscere, credere e sviluppare
le capacità presenti in ognuno di noi.
Il primo “MUNI” rappresenta la Rinuncia, vale a dire
la nostra capacità di non dipendere più dalle cose
unicamente materiali e di basare la nostra identità principalmente
sulla nostra parte spirituale, su ciò che realmente siamo.
Se ci chiediamo “chi sono io?” e togliamo completamente
il nostro corpo, il nostro nome, la nostra immagine, i nostri beni
materiali, gli amici, la famiglia, il lavoro, cosa rimane di noi?
Togliendo tutti questi elementi, che normalmente costituiscono il
nostro “io”, rimaniamo disorientati, spaventati, senza
una base solida su cui appoggiare la nostra identità. Questo
è più o meno ciò che accade, ad un livello
più elevato, nel momento della nostra morte. Una delle più
grandi sofferenze della morte è infatti il fatto la nostra
mente sottile continua ad esistere, mentre tutto ciò su cui
abbiamo sempre basato il nostro “essere”, non esiste
più. Se crediamo nella Reincarnazione, possiamo vedere la
morte come un processo che da un momento all’altro ci priva
del corpo, della possibilità di stabilire un contatto e una
conoscenza con gli altri, di tutte le nostre cose; mentre la nostra
anima, il nostro continuum mentale, permane la sua esistenza, senza
saper più a cosa aggrapparsi. Tutto ciò è veramente
molto difficile da superare, basta pensare a come ci sentiamo completamente
disorientati quando nella nostra vita quotidiana accade un grosso
cambiamento, quando qualcosa su cui abbiamo fortemente basato la
nostra identità cambia improvvisamente. Le cose cambiano,
fa parte della loro natura, ma noi spesso non riusciamo a vivere
serenamente questi cambiamenti, che da un momento all’altro
possono distruggere tutto quello su cui ci siamo sempre basati.
Per questo quando si parla della capacità della Rinuncia,
si parla del nostro potenziale di riconoscere noi stessi nel nostro
Continuum Mentale, nella nostra anima, in ciò che passa da
una vita all’altra e non termina mai, non nei nostri possedimenti
materiali. Questa capacità ci permette, nel momento in cui
lasceremo il corpo, di non provare più l’angoscia di
non sapere dove appoggiare la nostra identità. Se invece
continuiamo ad identificarci con i nostri beni materiali, la nostra
immagine, la nostra posizione, il nostro corpo, allora vivremo il
momento della morte con molta difficoltà.
La capacità della Rinuncia, a cui si riferisce il primo “muni”
del mantra di Buddha Shakyamuni, non comporta rinunciare a tutto
quello che abbiamo, non dare più importanza alle cose, rinunciare
forzatamente ai beni materiali, continuando in ogni caso a desiderarli.
Rinunciare significa invece non proiettare più la propria
felicità, la propria identità, su ciò che non
la può sostenere a lungo.
Questo mantra, ci ricorda che la Rinuncia è una delle nostre
capacità, ma che se non crediamo profondamente in essa, non
saremo mai capaci di svilupparla. Basta guardare la nostra vita
quotidiana, quante cose non facciamo solo perchè non crediamo
di esserne capaci, anche le cose più piccole, che in verità
sono le più grandi. Quante volte non riusciamo ad amare,
solo perché non crediamo nel nostro potenziale di amare?
E quante volte soffriamo per questo?
Anche quando ci troviamo dinnanzi ad una persona per cui proviamo
odio o rancore, abbiamo la possibilità di amarla, se crediamo
realmente nel nostro potenziale di amare. Tutti possiediamo questo
potenziale. Se possiamo amare una persona, allora perchè
non possiamo amarne anche altre?
Il fatto di credere nel nostro potenziale è estremamente
importante. Il nostro primo potenziale è quello di credere
alla possibilità di rinunciare alle cose mondane, per dedicarci
veramente, al cento per cento, al sentiero spirituale.
Lama Tsong Khapa ha detto “meditando su queste cose (la
preziosità di questa vita, la certezza della morte, l’incertezza
del momento della morte, l’impermanenza), nel momento in cui
non si prova più soddisfazione o piacere in niente di materiale,
quando non si proietta più la propria felicità in
nulla di materiale (corpo, beni, posizione sociale, amicizie, immagine,
piaceri sensoriali) sia di giorno che di notte, e in qualunque istante
si fa tutto con il desiderio di raggiungere la liberazione, in quel
momento si è sviluppato la vera Rinuncia”.
Quando ho studiato per la prima volta questo concetto, ho pensato
fosse impossibile da realizzare. Come è possibile compiere,
24 ore al giorno, qualsiasi nostra azione, sempre con il desiderio
di raggiungere l’Illuminazione?
Questo concetto è importantissimo nel buddhismo, si dice,
infatti, che una persona entra nel sentiero verso l’Illuminazione
solo quando ha sviluppato una perfetta rinuncia. Ma è possibile
raggiungere questa rinuncia? In che modo? Per trovare una risposta,
ho chiesto spiegazione a vari maestri. Quando, circa 11 anni fa,
ho posto questa domanda a Lama Gangchen Rinpoche mi ha risposto
che “l’Illuminazione non è come un fulmine
che ci colpisce all’improvviso mentre camminiamo, è
una cosa graduale. La stessa cosa è la rinuncia. Non è
possibile rinunciare a tutto da un giorno all’altro, non proiettare
più la propria felicità sui beni materiali e desiderare
costantemente l’Illuminazione. È un processo che avviene
lentamente, ogni giorno un passo in più”.
Ho posto la stessa domanda a Sua santità il Dalai Lama, che
ho avuto la fortuna di incontrare privatamente nel ‘99, chiedendo
conferma sull’importanza della Rinuncia, se è vero
che senza Rinuncia ogni nostra azione non è una causa diretta
per l’Illuminazione, e cosa occorre fare nella vita quotidiana
per poter sviluppare la vera Rinuncia. Sua Santità è
rimasto a pensare per qualche minuto, ha recitato dei testi e poi
mi ha confermato l’importanza della Rinuncia, senza la quale
le nostre azioni non diventano una causa diretta per l’Illuminazione.
Possiamo compiere qualsiasi azione, ma se non abbiamo la motivazione
della rinuncia allora questa non sarà causa per l’Illuminazione.
Sua Santità ha poi continuato dicendomi che quello che possiamo
fare per sviluppare la Rinuncia è meditare sul nostro potenziale
d’Illuminazione.
Il problema è infatti il non credere realmente nel nostro
potenziale di poter raggiungere l’Illuminazione. Spesso non
abbiamo neppure un’idea chiara di cosa sia l’Illuminazione.
In pochissime parole l’Illuminazione è, senza entrare
in dettagli filosofici, una vita nella quale stiamo sempre bene
e siamo soddisfatti ovunque ci troviamo, con qualsiasi persona,
in qualsiasi situazione, una vita dove il mondo intorno a noi continua
ad essere imperfetto, ma dove siamo sempre in armonia con quelli
attorno a noi, con il mondo, con noi stessi e dove non creiamo danno
a nessuno ma solo beneficio agli altri. Questa in poche parole è
l’Illuminazione.
Torniamo quindi alla necessità di credere al nostro potenziale.
Dobbiamo incominciare dalle cose piccole, non fare grossi salti,
aspirare ad una grande meta, ma fare piccoli passi.
Dobbiamo iniziare a credere nel nostro potenziale di rinuncia partendo
dalle piccole cose. Posso diminuire la mia rabbia? Si. Allora posso
diminuirla ancora di più.
La cosa importante è credere nel nostro potenziale, altrimenti
non riusciremo mai a migliorare. Posso sviluppare maggiore amore
per quella persona? Si. Allora posso amarla ancora di più.
Non è facile riuscire in ciò, ma se crediamo veramente
nel nostro potenziale interiore e ci impegniamo con costanza, possiamo
riuscirci.
Il mantra di Buddha Shakyamuni, dopo averci ricordato il nostro
potenziale di sviluppare la Rinuncia, ci presenta una capacità
ancora più grande. Il secondo MUNI ci ricorda il nostro potenziale
di sviluppare la Bodhicitta, cioè un enorme e infinito amore
e compassione verso tutti gli esseri. La Bodhicitta non è
un amore qualunque, è un amore che vuole la felicità
di ogni essere senziente.
Il grande maestro Pabonka Rinpoche, in uno dei suoi testi, dice:
“Possano tutti gli esseri senzienti avere la felicità
e le sue cause. Che questo possa realizzarsi, farò io in
modo che questo si avveri. Oh Guru Buddha, benedicimi affinché
possa io avere la forza di realizzarlo”
Questa frase, una versione più completa della meditazione
illimitata sulla felicità (“Possano tutti gli esseri
senzienti avere la felicità e le sue cause”) è
molto bella in quanto, non solo parla del nostro desiderio che tutti
gli esseri possano godere della felicità e delle sue cause,
ma sottolinea anche il nostro impegno a prendere su noi stessi la
responsabilità di condurli alla felicità.
Questo impegno è enorme, ma tutti noi abbiamo la potenzialità
di realizzarlo.
Se possiamo amare una persona, perché allora non abbiamo
la capacità di amarle tutte? Perché non possiamo iniziare
ad amarne una in più, magari proprio quella verso cui abbiamo
più difficoltà?
Se riusciamo a sviluppare amore verso qualcuno con cui abbiamo difficoltà,
allora possiamo farlo con facilità anche verso altre persone.
Dobbiamo ricordare che tutti i Buddha del passato, i grandi Maestri
e Buddha Shakyamuni, (che hanno raggiunto l’Illuminazione
e che hanno sviluppato al massimo livello questo grande amore e
compassione), sono della nostra stessa natura e che, prima di diventare
Buddha, avevano il nostro stesso potenziale. Perché, allora,
non possiamo amare una persona in più? L’Illuminazione
è lontana, è un traguardo enorme, ma prima di raggiungerla,
perché non possiamo amare una, due, tre, dieci, … persone
in più? Abbiamo questo potenziale dentro di noi.
Il mantra di Buddha Shakyamuni ci ricorda anche un’altra grande
capacità, la possibilità di percepire tutti i fenomeni
nella loro vera natura di vacuità.
Poiché abbiamo questo potenziale dentro di noi, perché
non cerchiamo di iniziare a vedere il mondo in cui viviamo in un
modo leggermente diverso? Non dobbiamo cercare di cambiare il mondo,
ma il nostro modo di relazionarci con esso, ricordandoci che le
cose che viviamo non esistono in un modo indipendente da noi e che
siamo interdipendenti. Gli oggetti esistono in dipendenza da noi,
come un nostro riflesso. Anche se filosoficamente può essere
un discorso complesso, la cosa importante è riconoscere questo
nostro potenziale e comprendere che il mondo non esiste in modo
interdipendente da noi. Il nostro modo di vedere la realtà
riflette quello che abbiamo dentro di noi.
Non possiamo osservare la realtà, estraniandoci dagli occhi
dell’osservatore, siamo sempre lì, e la nostra presenza
di osservatore influenza la nostra stessa conoscenza. Qualunque
cosa percepiamo o vediamo, non è altro che un riflesso di
noi stessi.
Il “Maha Muni” del mantra di Buddha Shakyamuni ci ricorda
quindi che abbiamo il potenziale di riconoscere ogni fenomeno per
quello che è veramente; come minimo abbiamo la capacità
di percepire che nulla esiste di per sè, che ogni cosa è
relazionata con un’altra, che ognuno di noi dipende all’altro.
L’ultimo Muni del mantra, “Shakyamunye”, ci rammenta
la nostra capacità suprema, cioè la capacità
del Tantra. Il Tantra è il nostro potenziale di raggiungere
l’Illuminazione in una sola vita.
A prima vista possiamo obiettare che ciò è impossibile,
come si può ottenere l’Illuminazione in una sola vita?
Buddha Shakyamuni ha raggiunto l’Illuminazione nel corso della
sua vita, ma questo processo era iniziato molte vite precedenti.
È tuttavia possibile iniziare e completare interamente il
sentiero che ci conduce all’Illuminazione in una sola vita,
come ha fatto, ad esempio, Milarepa che ha sviluppato la rinuncia,
percorso il sentiero e ottenuto l’Illuminazione in una sola
vita.
Questo potenziale deriva dal fatto che, se mettiamo in armonia ed
equilibriamo tra loro il nostro corpo grossolano, sottile, molto
sottile, la nostra mente grossolana, sottile e molto sottile e l’ambiente
grossolano, sottile e molto sottile in cui viviamo, li possiamo
utilizzare come metodo per raggiungere l’Illuminazione in
una sola vita. Possiamo fin da ora iniziare ad utilizzare il nostro
corpo in modo migliore. Se abbiamo il potenziale di raggiungere
l’Illuminazione in una sola vita, dobbiamo, come minimo, cominciare
a conoscere meglio il nostro corpo sottile.
Quando recitiamo il mantra OM MUNI MUNI MAHA MUNI SHAKYAMUYE SOHA
non deve essere un semplice suono, ma qualcosa che ci dà
la forza di realizzare queste quattro capacità (Rinuncia,
Bodhicitta, Corretta Visione della Realtà, Tantra) che sono
innate dentro noi e fanno parte della nostra pura natura.
Negli insegnamenti tradizionali, al termine della lezione, si ripete
quanto è stato spiegato per tre volte (in una forma lunga,
media e breve) per essere sicuri che venga compreso e ricordato
nel modo corretto. Lo stesso insegnamento viene quindi ripetuto
in modo breve anche il giorno successivo, prima di iniziare un nuovo
argomento di lezione, sempre per migliorarne la comprensione.
La cosa principale che possiamo fare, se siamo interessati, è
quella di osservare la nostra mente e di verificare quante volte
non crediamo nel nostro proprio potenziale, quante volte interrompiamo
il fare cose che sono molto positive per mancanza di fiducia in
noi stessi. Dobbiamo sempre ricordare che la nostra natura è
pura e molto bella. Abbiamo un potenziale enorme.
Per questo, se abbiamo il potenziale di amare tutti gli esseri senzienti,
perché non ne possiamo amare uno in più? Avere rabbia
e rancore verso qualcuno è un sentimento che ci porta molta
sofferenza.
Se proviamo odio verso qualcuno, non dobbiamo cercare giustificazioni
verso questo sentimento o sentirci in colpa. La cosa importante
che dobbiamo fare, è osservare la persona verso cui proviamo
odio. Se proviamo questo sentimento di avversione nei suoi confronti
è perché pensiamo che si sia comportata in modo tale
da farci soffrire. Generalmente teniamo a noi stessi come alla cosa
più preziosa e quindi proviamo immediatamente avversione
verso chiunque ci provoca sofferenza.
Il modo migliore per interrompere questa sofferenza è sviluppare
compassione, in seguito amore, per le persone verso cui proviamo
rabbia, avversione, odio.
Ma come fare? Sicuramente non è facile. La prima cosa da
fare è credere nel nostro potenziale di generare amore anche
per quella persona. Non dobbiamo cercare di giustificare il nostro
sentimento d’odio, non dobbiamo sentirci in colpa, nessuno
ci sta accusando perchè abbiamo rabbia, siamo esseri umani
nel Samsara. Non dobbiamo sentirci in colpa, ma semplicemente riconoscere
che questi sentimenti negativi non ci fanno bene e ricordare quante
volte noi stessi abbiamo parlato male degli altri o abbiamo agito
in modo tale da portare sofferenza ad altri, spesso senza volerlo,
altre volte di proposito.
Perché l’abbiamo fatto? Guidati da quale sentimento?
Guidati dalla nostra rabbia, dalla gelosia, ma principalmente dall’ignoranza
e dal desiderio.
Nello stesso modo dobbiamo ricordare che anche le altre persone,
qualunque cosa abbiano fatto nei nostri confronti, (ciò non
significa comunque giustificarne le azioni), sono state guidate
dalla propria ignoranza, gelosia, attaccamento, … non dal
semplice piacere di farlo.
Noi per primi, quando agiamo guidati da queste emozioni negative,
non ci sentiamo in una situazione confortevole. In ogni caso sempre
qualcosa che ci porta una sofferenza interiore.
Dobbiamo ricordarci che, nello stesso modo in cui noi vogliamo esseri
liberi dalla ben più piccola sofferenza, come viene detto
nel verso 90 della Guru Puja “non c’è alcuna
differenza fra noi e gli altri: nessuno desidera la benché
minima sofferenza, né si contenta della felicità che
ha…”, anche gli altri provano questo sentimento. Per
questo dobbiamo cercare di sviluppare compassione nei loro confronti.
Quando riusciamo a sviluppare un’autentica compassione, è
come se un grosso peso si sciogliesse al nostro cuore: l’amore
e la compassione sono il migliore antidoto all’odio.
Fare tutto questo è possibile solo se crediamo veramente
nel nostro potenziale, nella nostra capacità di realizzare
una grande compassione verso tutti gli esseri senzienti. Non è
qualcosa che accade da un giorno all’altro, ci dobbiamo investire
tempo e molte energie.
Se riusciamo a sviluppare compassione verso una persona, allora
diventerà più facile svilupparla per una seconda,
per una terza e così via, diventerà sempre più
facile.
Concludiamo, recitando per tre volte il mantra di Buddha Shakyamuni,
chiedendo di ricevere le benedizioni per sviluppare le nostre qualità
e per riconoscere il nostro potenziale.
OM MUNI MUNI MAHA MUNI SHAKYAMUNYE SOHA
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