| Quando non c’è niente
da fare, riposare è il miglior rimedio
di Bel
Cesar, traduzione di Isabela Bisconcini - belabi@terra.com.br
La prima volta che ho sentito Lama Gangchen dire
questa frase, stavamo affrontando una situazione apparentemente
“senza scampo”. Lui, con calma, disse: “Non saper
cosa fare, è come essere perso, di notte, in una selva oscura.
È meglio, allora, trovarsi un posto sicuro sopra un albero
e dormire fino all’alba. Quando non c’è più
niente da fare, bisogna riposare, senza dimenticarsi che il sole
rinasce sempre, tutti i giorni”.
Ci sono momenti in cui dobbiamo arrenderci dinanzi alle nostre aspettative
e desideri, perché intuitivamente sappiamo che siamo impossibilitati
di valutare correttamente qualsiasi cosa possa accadere.
Quando siamo davanti a situazioni in cui non siamo in grado di prevedere
il nostro prossimo passo, dobbiamo finalmente imparare a dire: “Adesso
non so cosa fare”. Paradossalmente, è soltanto quando
riconosciamo di non sapere, che cominciamo ad aprirci ad un’attitudine
veramente nuova. Ammettere il non sapere è il primo passo
per poter sentire un gran sollievo.
Marcia Mattos, nel suo Il Libro delle Attitudini Astrologicamente
Corrette scrive con chiarezza circa la necessità di adottare
un comportamento di autentico distacco: “Sappiamo che, in
certe situazioni, forze così poderose sono in gioco, che
possiamo solo arrenderci ad esse, e questa soggezione - o contrarietà
ai propositi dell’Io - è che può sembrarci terrificante.
Il meglio da farsi davanti a tale realtà è convergere,
comunicare; mai combatterla. Sapere di fare parte del “Grande
Tutto” e non rinunciare a questa condizione, operare secondo
questo concetto, pulsando con esso cosi come un feto dentro al grande
ventre cosmico, mi sembra la miglior cosa da fare. Anziché
sconfitti, dobbiamo sentirci compresi”.
Quando la vita perde la fluidità non serve a niente stringere
i tempi. Sarebbe come accelerare una canzone senza ritmo. Fermarci,
in questi momenti, non significa perdere tempo, ma agire nel modo
più efficace per osservare meglio la natura della situazione,
senza l’influenza della nostra ansietà.
Soltanto quando lasciamo di nutrire la nostra ansietà, cominciamo
a liberarci.
Per allontanarmi dall’ansietà, cerco di vagare: vado
“a spasso” con la mente e/o il corpo!
Prima faccio qualcosa che mi permetta di lasciar vagare i pensieri
senza un destino fisso: lascio la mia mente in questa specie di
vertigine, perché so che non serve a niente esaminare i miei
pensieri quando sono inquieta. Man mano mi tranquillizzo, mi rendo
conto di come ero contaminata dall’ansietà interna.
Quasi non mi accorgevo più di quello che mi stava attorno!
Per riprendere la percezione del mondo esterno ascolto una canzone,
assisto al telegiornale, ad un film, o mi faccio un bagno aromatico...
ma cerco di fare qualcosa che non mi richieda né sforzo,
né concentrazione; cioè, qualcosa che possa essere
tanto semplice quanto la mia mente possa assimilare in quel momento.
Così mi svuoto e sento gradualmente che l’ansietà
diminuisce. In questo istante alle volte sento che tocco sottilmente
il confine tra calma e melanconia. Allora, mi rendo conto che è
l’ora di fermare la contemplazione e tornare all’azione.
Altre volte, approfitto della calma conquistata per meditare.
Davanti all’ansietà possiamo solo rilassare, ma nella
presenza della calma possiamo approfittare per meditare! Senza dubbio,
questo è già un gran passo: quando riprendiamo le
redini del nostro mondo interno, siamo in grado di scegliere dove
vogliamo andare. Nel frattempo, nei momenti in cui la nostra mente
non sa dove andare, bisogna saper continuare ad essere e, se riusciamo
a seguire i consigli di Lama Gangchen, possiamo finalmente abbandonarci
e approfittare per rilassare!
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